Orvieto, 8 agosto 2010, sotto un cielo stellato, illuminati dalle luci offerte dalla Protezione Civile del Comune di Orvieto, la Prof.ssa Stopponi, direttrice degli scavi di Campo della FIera, ha accompagnato in un viaggio magico, tantissime persone, accorse ai piedi della rupe orvietana, per ammirare i resti di quello che un tempo, quasi certamente era il Fanum Voltumnae etrusco.
La visita notturna cominciava con la chiesa di San Pietro in Vetere, i gruppi di sessanta persone (in origine i gruppi erano stati pensati da trenta ma l’alta richiesta ha fatto aumentare il numero di partecipanti per gruppo), dopo una breve introduzione della storia dello scavo, che quest’anno compie dieci anni, si poteva così vedere l’ultima frequentazione del sito, la più recente. La visita quindi era un lento procedere al ritroso, come per l’archeologo che scavando, toglie gli strati di terra andando dal più recente al più antico. La visita proseguiva poi lungo la via sacra etrusca, larga più di sette metri e dove quest’anno è stato ritrovato lo scheletro di un bambino, sicuramente affetto da qualche malattia sconosciuta all’epoca etrusca e quindi sepolto in un luogo sacro e venerato. Lungo la via è possibile osservare anche degli ambienti di origine romana, come i resti di un camplesso termale. La visita è stata allietata da musiche e danze, rese possibili dalla scuola di musica di Orvieto, che hanno accompagnato i tanti visitatori fino al corpo centrale dello scavo, dove più evidenti sono i segni dell’antico e imponente santuario che un tempo sorgeva in quella zona. Basamenti di statue e resti di templi, che lasciano immaginare la grandiosità di questo sito, un tempo chiamato “Luogo Celeste”, come emerge dalla traduzione di una iscrizione (la più lunga che sia mai stata trovata ad Orvieto), incisa su un basamento di una statua votiva. Purtroppo dopo il passaggio dei romani che nel 264 a.C distrussero Volsinii (l’odierna Orvieto) saccheggiandola di oltre duemila statue di bronzo, come ci narra Plinio il Vecchio (n.h., XXXIV, 16, 34). La statua con sotto l’iscrizione che ci parla del “Luogo Celeste” degli etruschi quasi sicuramente venne depredata in quel periodo con buona pace della liberta Cànuta, la serva di origini campane che donò la statua votiva al santuario federale etrusco.
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