Sabato 19 e domenica 20 settembre, ad Orvieto si è svolta un’iniziativa molto interessante dal punto di vista storico e culturale. Nella sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, a Palazzo Coelli, si è svolto “Italia/Orvieto – Identità/Immagine”. L’intento, almeno quello annunciato dagli organizzatori, tra cui le riviste (Archeo, Medioevo e Micropolis) era di serie di fornire [materiali per interpretare l'incontro-scontro tra la modernità e i nostri luoghi della storia, tra i flussi di una globalizzazione che sradica e i caratteri tenaci dell'identità. Identità che, qualora si parli della città del tufo, è scritta dentro le vicende di lunga durata dell'Italia di mezzo e dell'Umbria, incisa in ciò che resta degli splendori etruschi, del dominio romano e dell'orgoglio medievale e infine narrata dal paesaggio, ora inviolato ora succube delle "magnifiche sorti e progressive" - qui è possibile leggere il programma completo, orvietonews.it]. Un compito di certo arduo, visto i temi trattati e la vastità del periodo temporale attraversato, ma grazie all’alto potenziale culturale dei relatori intervenuti, è stato possibile analizzare la figura di Orvieto, città alta e strana, nella storia millenaria della penisola, andando a scoprire l’essanza della città di tufo percepita dentro e fuori la rupe stessa. Purtroppo per impegni personali, non ho potuto partecipare alla prima giornata, tenterò in futuro di sopperire a tale mancanza, andando a recuperare del materiale audiovisivo prodotto il 19 settembre.
Per quanto rigurada la seconda giornata, il primo ad intevenire è stato il Prof.re Renato Covino, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Perugia, che ha analizzato in maniera dettagliata, l’identità regionale umbra. Un’identità sicuramente molto giovane e complessa. Come punto di unione dell’identità regionale pone al centro la mezzadreia o almeno fino alla svolta degli anni ’50 con il boom economico e l’affermazione della società di massa. Ecco che la terra perde il suo ruolo centrale, cedendo il posto alla grande industria del polo ternano ed alla grande impresa perugina. Poi citando Karl Polani ricorda a tutti che “il mercato non è un fatto naturale, ma un fenomeno degli uomini, a vantaggio di alcuni uomini contro altri uomini e quelli che sono svantaggiati si difendono con l’esercizio e l’uso della comunità, che devia il ruolo dello sviluppo pensato da coloro che vogliono cambiare radicalmente, mettendo in campo altre forse che produce una società diversa da quella che era stata immaginata”. Dunque è la forza identitaria che una comunità si costruisce nel tempo che può contrastare la crisi.
L’identità e l’immagine, questa volta reale e concreta dell’Orvieto Medievale ce la illustra il Prof.re Corrado Fratini, che analizzando le visioni stilistiche e cromatiche degli artisti trecenteschi, delineando un percorso identitario scandito da tappe ben precise. Il primo elemento che Troviamo infatti nel 1340, la prima rappresentazione della rupe, a realizzarla, non sarà un orvietano ma bensì un senese. Stiamo parlando degli smalti traslucidi realizzati da Ugulino di Vieri per il reliquiario del Corporale, che capisce perfettamente le linee scoscese della rupe, rompendo così quella rappresentazione non realistica che fino a quel momento era prevalente. Altro momento fondamentale è la rappresentazione delle storie del miraocolo di Bolsena nella cappella del Corporale. Qui abbiamo pittori orvitani, Ugolino di Prete Ilario, pittore molto preciso e scupoloso (quasi un precursore dei fiamminghi), siamo intorno al 1357 e qui risalta il monocolore delle case orvietane appollaiate sulla rupe e ben visibili nell’affresco della processione che esce dalla città. Un colore oro, diffuso e dettato dalla grande quantità di tufo presente ad Orvieto. Un elemento identitario forte, che differenzia Orvieto da Siena, Arezzo e tante altre città italiane di quel periodo, molto più colorate.
A farci fare un bel viaggio tra libri, cinema e ricordi, è stato Guido Barlozzetti, giornalista RAI, che ha tracciato un breve ma significativo percorso onirico attraverso le percezioni che numerosi visitatori o semplici passanti hanno avuto transitando sulla rupe. Viaggiatori distratti o affascinati che si trovano sempre e comunque a doversi rapportare con la sontuosità del Duomo. Barlozzetti parte da Harry James, scrittore americano, che si trova quasi per caso sulla Ruper e ne rimane deluso. Un filo conduttore unisce tutti i visitatori/artisti che transitano, il fatto che nessuno racconta la città nella sua interezza, ma tutti vengono attirati dal segno che li attira di più, la cattdrale. Molto interesse invece e fascinazione la subì Freud , che trovò negli affreschi del Signorelli un motore che fermentò delle sue idee sull’interpretazione dei sogni. Altro personaggio colpito dalla città fu D’Annunzio, che la omaggia nelle “Laudi – Città del Silenzio”:
Orvieto, su i papali bastioni
fondati nel tuo tufo che strapiomba,
sul tuo Pozzo che s’apre come tomba,
sul tuo Forte che ha mozzi i torrioni,
su le strade ove l’erba assorda i suoni,
su l’orbe case, ovunque par che incomba
la Morte, e che s’attenda oggi la tromba
delle carnali resurrezioni.
Gli angeli formidabili di Luca
domani soffieran nell’oricalco
l’ardente spiro del torace aperto.
Stanno sotterra, ove non è che luca,
oggi i Vescovi e il gregge. Solo un falco
stride rotando su pel ciel deserto.
(G. D’Annunzio – “Laudi – Le città del Silenzio”)
Poi si passa al Cinema, ricordando il regista Raffaello Matarazzo, che nel 1933 girerà il film “Treno popolare”, ambientato ad Orvieto, anche se della città non si vede molto. Qualche anno dopo, all’inizio degli anni ’50, due americani arrivano ad Orvieto su una topolino. Questa volta il motivo del viaggio è un’altro elemento simbolo di Orvieto, il vino. Arrivano in città spinti dal desiderio di assaggiare il famoso vino secco di Orvieto. Barlozzetti inoltre ricorda a tutti che nel film “I Vitelloni” di Fellini, c’è una scena dove si intravede, su di un muro, un manifesto pubblicitario dei vini Bigi. I due americani ben raccontano la visione della Rupe vista dalla parte dei turisti d’oltreoceano “come un’ncantata visione medievale…tra noi e la città giaceva la valle più verde del mondo..questi sono i paesaggi che rendono famosa l’Italia nel mondo…basterebbe una Città come Orvieto per dare fama ad una nazione…”. Anche Pasolini, descrisse con la sua abilità la vita e le atmosfere orvietane:
Orvieto, stretto sul colle sospeso
tra campi arati da orefici, miniature,
e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura e tetti
sui vicoli di terra, con l’esodo
del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.
Chiusa nei nervi, nel lucido passo,
tra sgretolate muraglie e scoscese
case, la bestia sale su dal basso
con ai fianchi le tinozze d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere, difeso
da barocca altezza nella medioevale
nicchia della muraglia.












L’iniziativa sopra descritta è molto interessante, perchè porta l’attenzione del grande pubblico su una città densa di storia e di cultura e conosciuta in tutto il mondo per i suoi monumenti. Ma la riscoperta dell’urbanistica medievale non dovrebbe fermarsi soltanto
alla speculazione culturale e turistica. Attenzione e tutela del patrimonio significa anche mantenere il centro storico (tra l’altro molto piccolo) libero dal traffico, attraverso un’area pedonale e soprattutto pulito. La sensibilità dimostrata da chi scrive qui sopra e da chi lavora in questa iniziativa non mi sembra sia molto condivisa, nei fatti,
dall’amministrazione comunale.
A. Cocchi
Carissima Alessandra, io personalmente sono in netto contrasto con qualsiasi idea di ulteriore ampliamento e quindi di cementificazione di ulteriori zone della città o dei Comuni limitrofi. Ho la fortuna di abitare in posti straordinari, dove la natura a stento tenta di resistere all’incessante degrado realizzato dall’uomo. La ricchezza di queste terre deriva anche e soprattutto dal loro paesaggio e dalla scarsa densità abitativa. Tutto questo sta lentamente scomparendo non ultimo il Comune di Orvieto sta per approvare una programmazione urbanistica devastate da questo punto di vista. In pratica si vuole affidare la programmazione urbanistica futura di Orvieto al Comune di Roma. Risultato? Totale svuotamento del centro storico e ampliamento della periferia, che così facendo potrà ospitare le centinaia di migliaia di persone che oramai affollano le città periferiche di Roma. (Per maggiori info: http://filippetti.biz/ – “il gioco delle tre carte”). Per quanto riguarda l’assenza di auto nel centro stoico si dovrebbe far capire a tutti che meno macchine significa anche più vivibilità e più commercio. In questi ultimi anni si è chiuso giusto una parte, con tanto di telecamere e multe salate, con il risultato di polemiche assurde e permessi distribuiti a tutti…che dire “solite cose all’italiana”. Per finire, sotto le feste i commercianti hanno voluto categoricamente che le telecamere venissero spente! Troppo difficile studiare un punto di smistamento delle merci in entrata e in uscita, come avviene nei paesi nordici, troppo difficile per chi ci abita non “sacrificarsi” a fare 100 m a piedi..
Ulteriore approfondimento sulla colata di cemento:
http://www.orvietonews.it/?page=notizie&id=23234&data=1262813940