Cristogramma di San Bernardino da Siena – Parrano (TR)

100_7427

Anche a Parrano, come in tantissimi comuni disseminati tra Siena e Porano è presente il cristogramma IHS. Questo antichissimo e potente simbolo, ha negli anni rappresentato il nome di “Gesù” in lingua greca antica “Iesous”. Sarà però San Bernardino da Siena a diffonderlo in maniera capillare e ossessiva, tanto da sucitare non pochi malumori tra le alte cariche ecclesiastiche medievali. Il Santo senese era solito mostrare durante i suoi discorsi questo simbolo circondato da dodici raggi di sole, la Chiesa temendo un uso idolatrico impose l’aggiunta di una croce sopra la H o un tattino sopra la I tale da formare sempre una croce. Nelle nostre zone è molto diffuso e anticamente venerato in quanto la madre del santo era originaria di Porano. Nera degli Avveduti, di famiglia nobile di Poranese, aveva sposato Tollo degli Albizzeschi di Siena. San Bernardino soggiornò a Porano pressao la famiglia materna; lo testimonia il piccolo oratorio del XV sec. fatto costruire dalla stessa famiglia degli Avveduti (Francescane Missionarie di Maria)

La Venere di Parrano

La terra ha pulsazioni vitali, energie che provengono dal profondo del tempo e dello spazio. Vibrazioni che inevitabilmente investono tutti gli esseri viventi. Secoli passati l’uomo occidentale, ancora non frastornato da ideologie, religioni, egoismi e sete di potere, percepiva pienamente queste forze naturali e trovava nel mistero della loro venerazione la più semplice spiegazione. Così facendo riusciva a sentirsi parte attiva del Mondo. Questo legame con la “Madre Terra” è svanito per la totalità del mondo occidentale, spesso però abbiamo la fortuna di entrare in contatto con posti ed oggetti che riescono a far riemergere in noi questo contatto con la terra. Uno di questi luoghi, sono le “Tane del Diavolo”, situate nel Comune di Parrano, nell’alto orvietano. Gole che si aprono sulle pareti di una forra calcarea. Già da tempo in queste grotte sono stati ritrovati resti umani, animali, vegetali e alcuni manufatti, risalenti al Paleolitico Superiore (20.000 – 10.000 a.C.). Le ultime ipotesi avanzate dagli studiosi, sull’utilizzo di queste grotte, sono molto suggestive, infatti il mondo scientifico ha ipotizzato che alle “Tane del Diavolo”, i nostri antenati effettuavano rituali arcaici, con offerte e doni alla “Madre Terra”. A confermare tale ipotesi sono i resti di cereali carbonizzati, (i cereali, all’epoca costituivano nutrimento pregiato, quindi non si spiegherebbe il fatto che non siano stati consumati, mentre sembra evidente che siano stati bruciati in precisi riti di offerta), stesso discorso va fatto per numerosi resti animali. Oggi questa tesi sembra essere confermata da un ulteriore ritrovamento, eccezionale ed unico per il suo genere. Si tratta di una piccola scultura, scolpita su un pezzo di ofiolite di colore verde. Quello che a prima vista ci può sembrare una banale pietra, in realtà è una delle più antiche rappresentazioni scultoree ritrovate nell’orvietano e nel centro Italia, oltre che una importantissima testimonianza delle divinità venerate in questa zona. Rappresenta non a caso una figura femminile, si intravede il taglio degli occhi, il naso e la bocca. La testa è coperta (sembrerebbe fasciata) da un copricapo. In grembo sembra custodire amorevolmente un feto. La statuetta risale al Paleolitico Superiore, e si andrebbe a collocare nel quadro delle così dette “Veneri”, ovvero rappresentazioni scultoree di divinità femminine che rappresentavano la Dea Madre, generatrice e protettrice di tutti gli esseri viventi. Un manufatto incredibilmente scolpito in un periodo in cui l’arte e il saper far arte era qualcosa di misterioso e magico. Questo ritrovamento si affiancherebbe ad un’altra “Venere”, ritrovata nella zona del Lago Trasimeno e che confermerebbe la presenza di questi culti diffusa in questa zona del centro Italia. Questi culti antichissimi, perpetrati per così tanti anni in queste grotte potrebbero essere messe in relazione poi con l’attuale nome della forra parranese? Possibile che le grotte della Venere, siano divenute, in tempi di cristianizzazione, grotte del Diavolo? Sarebbe abbastanza normale, demonizzare i luoghi sacri di antiche credenze , soprattutto in zone lontane dai grandi centri urbani, dove spesso la nuova religione (cristiana) faticò e non poco a sostituirsi a consolidati riti pagani, i quali non sono difficile da ritrovare nel vario e vasto folklore italiano. Il ritrovamento di questa statuetta si deve alla curiosità di Cesare De Sanctis, dott. in Scienze Agrimensorie, vissuto nell’800 che univa l’attività professionale con quella di “raccoglitore” di curiosità e reperti. Passerà quasi un secolo prima che la Venere, custodita all’interno di una cassa, torni a rivedere la luce, grazie ad un altro De Sanctis, l’avvocato Vittorio, geloso custode dei reperti della famiglia e all’esperta e competente Maria Cristina De Angelis, della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria , che subito ha colto l’estrema importanza del ritrovamento.

Le Veneri

Queste statuette, denominate “veneri” del Paleolitico, sono diffuse in tutta Europa. Hanno tutte almeno due elementi comuni, ovvero la figura femminile in posizione eretta e l’ipertrofia deformante presente nella zona del bacino. Le loro dimensioni possono variare da pochi centimetri fino ha 23 centimetri. Sono generalmente scolpite su pietra, osso o avorio. Per la maggior parte degli studiosi rappresenterebbero donne in stato di gravidanza o anziane. Inoltre le loro caratteristiche forme, scandite da linee fortemente geometriche, rendono evidente la volontà di astrazione della realtà. Basti pensare alla grande differenza che si riscontra, confrontandole con le pitture parietali del Paleolitico. Mentre in queste ultime emerge un realismo visivo, nelle “veneri”, abbiamo un predominio delle linee e dei volumi. Proprio per questo sono da sempre considerate espressioni di culti strettamente correlati alla fecondità e alla procreazione. Alcune delle “veneri” più famose e antiche sono quella di Willendorf di Vienna, risalente a circa 23.000 anni a.C., o la Dama di Brassempouy, la Dama del corno e la Venere di Lespugue , ritrovate in Francia, anch’esse risalenti al Paleolitico Superiore. Altre Veneri sono state ritrovate in Russia, Veneri di Avdejevo e di Gagarino ed una in Cecosslovacchia, Venere di Dolni-Vestonice Qui in Italia abbiamo la Venere dei Balzi Rossi, la Venere del Trasimeno, quella di Svignano e ora anche quella di Parrano.

[Testo]: mensile “la Città” – Dicembre 2006

Ortensia, la Lucrezia Borgia di Parrano

Correva l’anno 1549, Ortensia, Contessa di Vignanello, passò a terze nozze con il Conte di Parrano Ranuccio di Galeazo Baglioni di Perugia.e di Lavinia di Marsciano. I sui due precedenti sposi erano deceduti in circostanze non chiare, il primo marito, morto in seguito ad un aggressione avvenuta a Vignanello, da alcuni dei suoi vassalli, per il secondo fu fatale un piatto di maccheroni, conditi con un potente veleno. In seguito al suo ultimo matrimonio, la Contessa di Vignanello, ottenne come garanzia della sua dote i castelli di Parrano e Pornello. Pochi anni dopo, nel 1553, a Vignanello, sempre in un agguato, fu ucciso anche il suo terzo marito. Ortenzia anche questa volta non sembrò del tutto estranea all’assassinio. Per questo grave fatto di sangue fù arrestata e inquisita. In ballo come al solito c’erano terre e feudi da lasciare agli eredi maschi di Ortensia, figli dei due precedenti matrimoni. Purtroppo per lui il povero Galeazzo Baglioni, aveva generato solamente due figlie femmine, le contessine Elena e Lavinia. Ortensia, uscì dalla prigione nel 1554, in seguito a importanti intercessioni ecclesiatiche e nel 1558 fu definitivamente assolta. Passarono gli anni, Ortensia nel 1566 si insedia nel castello di Parrano. Ci si stabilirà per circa due anni, per controllare meglio Elena, che viveva a Corciano, protetta dalla famiglia di suo padre. Ortensia, inviterà più volte la contessina sua figlia a raggiungerla a Parrano ma ottenne sempre risposte negative. La contessa allora ricorrerà ad una sua vecchia conoscenza, il veleno. La mattina del 23 aprile 1567, la contessina Elena si lavò il viso con dell’acqua mista ad un unguento fatto arrivare dalla madre da Parrano. Passò due giorni di agonia per poi spegnersi all’età di sedici anni. Il suo corpo fu trasportato a Perugia il 27 a sera, accompagnato da più di cento contadini, artigiani e mercanti, formando una lunga processione di lumini e luci come mai si era vista. Ortenzia come al solito fu inquisita, processata ed infine assolta.

[Testo]: mensile “la Città” – Dicembre 2006